EU-OSHA sul lavoro al freddo
L’Inail segnala un nuovo approfondimento EU-OSHA sul lavoro al freddo
L’Inail informa della pubblicazione di un articolo dell’Agenzia europea EU-OSHA che mette a disposizione indicazioni pratiche su rischi e prevenzione per chi lavora in ambienti freddi.
Stress da freddo: un rischio da non sottovalutare
Lo “stress da freddo” si verifica quando l’ambiente provoca una perdita di calore corporeo tale da alterare le normali funzioni dell’organismo. Il pericolo è più evidente sotto i +5 °C, ma cali di performance possono comparire già sotto i 20 °C. Il problema riguarda soprattutto edilizia e agricoltura per le attività all’aperto, ma anche settori come alimentare e farmaceutico, dove si opera in spazi refrigerati.
Effetti sul corpo e riduzione della destrezza
Per proteggere gli organi vitali, il corpo reagisce con vasocostrizione e brividi. Questo riduce la circolazione nelle estremità e fa raffreddare più velocemente mani e piedi. Gli studi indicano che la manualità diminuisce quando la temperatura della pelle scende sotto i 22 °C e diventa critica sotto i 15 °C, aumentando il rischio di errori, congelamenti e disturbi nel tempo.
Freddo e attenzione: più errori e più infortuni
Alcune ricerche mostrano che il freddo agisce anche sul piano mentale. Una parte delle risorse cognitive viene usata per gestire il disagio fisico, riducendo concentrazione e lucidità. Questo può portare a tempi di reazione più lunghi e a scelte meno precise. Studi svolti in Spagna e Italia segnalano un aumento del 4% del rischio di infortuni in condizioni di freddo, spesso aggravato da superfici scivolose, scarsa visibilità e ingombro dei DPI.
Patologie da freddo: dai danni locali ai rischi sistemici
Le conseguenze possono essere localizzate, come congelamento, geloni o “piede da trincea”, oppure più gravi, come l’ipotermia, che si manifesta quando la temperatura interna scende sotto i 35 °C. Particolare attenzione è richiesta per lo stress cardiovascolare: la vasocostrizione può aumentare pressione e viscosità del sangue, facendo lavorare di più il cuore e aumentando il rischio di eventi come infarto e ictus. Possono verificarsi anche problemi alla pelle e all’apparato respiratorio.
Valutazione del rischio: un percorso in tre fasi
Secondo gli standard ISO 15265 e 15743, la valutazione deve seguire tre passaggi. Si parte dall’osservazione, con il coinvolgimento dei lavoratori per individuare i pericoli più evidenti. Si prosegue con l’analisi quantitativa tramite indici tecnici come l’IREQ (isolamento richiesto) e la DLE (durata limitata dell’esposizione). L’ultima fase prevede l’intervento di specialisti e misurazioni più complesse, per definire misure mirate sulle reali condizioni del luogo di lavoro.
Prevenzione: prima misure tecniche e organizzative
Le priorità restano gli interventi tecnici e l’organizzazione del lavoro. Dove l’automazione non è possibile, si può agire su barriere frangivento, controllo dell’umidità e pavimentazioni isolate. Sul piano gestionale, serve pianificare turni con pause in aree riscaldate e prevedere tempi di recupero, lasciando spazio anche alla regolazione autonoma del ritmo di lavoro.
DPI: ultima difesa, ma fondamentale
I dispositivi di protezione individuale restano essenziali e devono rispettare standard europei come la EN 342 per il freddo intenso. Conta molto la scelta dei materiali e la stratificazione: indumenti troppo stretti o bagnati di sudore possono peggiorare la situazione invece di proteggerla. In uno scenario climatico più instabile, la corretta dotazione di DPI e la formazione sui segnali iniziali di ipotermia restano punti chiave per la tutela della salute e sicurezza sul lavoro.
Fonte INAIL












