Il rischio da stress termico da calore: comprensione, prevenzione e gestione. Linee di indirizzo per la protezione dei lavoratori.

Il rischio da stress termico da calore

Il rischio da stress termico da calore: comprensione, prevenzione e gestione.

Sono state approvate dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, in data 19 giugno 2025, le nuove “Linee di indirizzo per la protezione dei lavoratori dal calore e dalla radiazione solare”.

In un’epoca segnata dal cambiamento climatico e dall’aumento delle temperature medie globali, il rischio da stress termico da calore rappresenta una delle emergenze meno percepite ma più insidiose nel contesto della sicurezza sul lavoro. Questo fenomeno si verifica quando l’organismo umano, esposto a condizioni ambientali sfavorevoli caratterizzate da elevate temperature, elevata umidità e radiazione solare diretta o indiretta, è sottoposto a uno sforzo termoregolatore che eccede la propria capacità fisiologica di adattamento. In questi casi, il bilancio termico dell’organismo si altera e può condurre a sintomi lievi come affaticamento e disidratazione, fino a conseguenze gravi e potenzialmente letali come il colpo di calore.

Il rischio da stress termico non è una novità per molti contesti lavorativi, soprattutto per quelli in cui l’attività si svolge in ambienti caldi, sia all’aperto (come nei cantieri, nei campi agricoli o nei settori dell’edilizia e della manutenzione stradale) sia al chiuso (forni industriali, fonderie, cucine industriali). Tuttavia, l’intensificarsi delle ondate di calore e la crescente esposizione della popolazione lavorativa rendono necessaria una riflessione più approfondita e sistematica su questo tema.

Il meccanismo fisiologico dello stress termico

Per comprendere appieno le implicazioni dello stress termico, è necessario partire dalla fisiologia del corpo umano. L’organismo, per funzionare correttamente, mantiene una temperatura interna prossima ai 37°C. Quando la temperatura ambientale aumenta, il corpo mette in atto una serie di meccanismi per dissipare il calore in eccesso: la vasodilatazione cutanea (cioè l’aumento del flusso sanguigno verso la pelle), la sudorazione (che consente la dispersione del calore attraverso l’evaporazione del sudore) e l’aumento del ritmo respiratorio.

Tuttavia, in presenza di condizioni ambientali estreme, come l’elevata umidità o l’assenza di ventilazione, questi meccanismi risultano insufficienti. L’umidità, in particolare, ostacola l’evaporazione del sudore, compromettendo il principale sistema di raffreddamento del corpo. La conseguenza è un accumulo progressivo di calore che può provocare squilibri idrosalini, ridotta efficienza cognitiva e fisica, alterazioni del battito cardiaco, disidratazione grave e, nei casi più estremi, il collasso termico.

Il contesto normativo e i riferimenti tecnici

In Italia, la valutazione del rischio da stress termico è un obbligo per il datore di lavoro, ai sensi del Decreto Legislativo 81/2008, che impone l’obbligo generale di valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Tuttavia, il rischio da stress termico non ha ancora una normativa dedicata e dettagliata come altri rischi specifici (es. rischio chimico, rischio biologico, rischio rumore), ma viene trattato attraverso le indicazioni contenute in documenti tecnici, linee guida e raccomandazioni emanate da enti come INAIL, Ministero della Salute e Regioni.

In particolare, l’INAIL ha pubblicato diverse linee guida tecniche per supportare i datori di lavoro nella valutazione e nella gestione del rischio da calore, con riferimento agli indici di stress termico come il WBGT (Wet Bulb Globe Temperature), il PHS (Predicted Heat Strain), e l’indice UTCI (Universal Thermal Climate Index), strumenti scientificamente validati per stimare il livello di rischio a cui è esposto un lavoratore in condizioni di caldo.

Questi strumenti, però, non sono di facile applicazione in ogni contesto operativo, soprattutto per le PMI o per i contesti privi di risorse tecniche adeguate. Per questo motivo, molte regioni hanno sviluppato sistemi semplificati di allerta (ad esempio le “mappe del rischio calore” consultabili quotidianamente durante i mesi estivi), fornendo indicazioni operative immediate basate sul livello di allerta climatica.

Misure di prevenzione e protezione: strategie individuali e collettive

La gestione efficace del rischio da stress termico da calore si basa su una combinazione di misure tecniche, organizzative e comportamentali. Il principio guida è quello della prevenzione primaria, ovvero l’intervento tempestivo sulle condizioni che generano il rischio prima che questo si manifesti. Nei contesti in cui il rischio non può essere completamente eliminato, è necessario attuare strategie di mitigazione che riducano al minimo l’impatto sul lavoratore.

1. Misure tecniche
Le misure tecniche sono quelle soluzioni ingegneristiche e tecnologiche che permettono di ridurre la temperatura ambientale o di facilitare la dispersione del calore. In ambienti chiusi, l’uso di sistemi di ventilazione forzata, climatizzazione, barriere riflettenti o coibentazione delle fonti di calore rappresenta un intervento prioritario. Nei contesti aperti, dove il controllo ambientale è più complesso, si può intervenire con tettoie ombreggianti, tende mobili, nebulizzatori o pavimentazioni che riflettano il calore.

2. Misure organizzative
Queste misure riguardano la riorganizzazione del lavoro per ridurre il carico termico sul lavoratore. Tra le strategie più efficaci vi sono:

  • Lo spostamento degli orari di lavoro nelle ore più fresche della giornata, privilegiando le prime ore del mattino o quelle serali.

  • L’organizzazione di pause regolari in aree fresche e ombreggiate.

  • La rotazione del personale nei compiti più gravosi.

  • La riduzione della durata dei turni nei momenti di picco del calore.

3. Dispositivi di protezione individuale (DPI)
I DPI utilizzati contro il caldo devono essere selezionati con attenzione, poiché un abbigliamento inadeguato può peggiorare la situazione. Devono essere preferiti indumenti leggeri, traspiranti, di colore chiaro e capaci di riflettere i raggi solari. Nei casi più estremi, possono essere utilizzati giubbotti refrigeranti, cappelli con visiera o panni imbevuti d’acqua. Tuttavia, è bene ricordare che i DPI non devono mai sostituire le misure tecniche e organizzative, ma solo integrarle.


La formazione dei lavoratori: riconoscere i sintomi, sapere come agire

Uno dei pilastri fondamentali della prevenzione è la formazione. I lavoratori devono essere messi in condizione di riconoscere i primi segnali dello stress termico su di sé e sui colleghi. La sintomatologia iniziale è spesso sottovalutata o confusa con semplice stanchezza: crampi muscolari, cefalea, vertigini, confusione mentale, nausea, aumento del battito cardiaco sono segnali da non ignorare.

Una formazione efficace deve insegnare:

  • a riconoscere i sintomi precoci e avanzati dello stress da calore;

  • a prestare il primo soccorso in caso di colpo di calore (raffreddamento rapido, idratazione, chiamata ai soccorsi);

  • a idratarsi correttamente, evitando bevande zuccherate o alcoliche;

  • a scegliere correttamente l’abbigliamento;

  • a usare le tecnologie e i DPI a disposizione.

Questa formazione non deve essere vista come un adempimento formale, ma come un investimento nella salute e nella continuità operativa dell’organizzazione. È importante aggiornare costantemente i contenuti, anche in funzione dell’evoluzione climatica, e promuovere una cultura condivisa della sicurezza.


Categorie professionali più a rischio

Non tutte le professioni espongono allo stesso modo al rischio di stress termico da calore. I settori più colpiti sono:

  • Agricoltura e allevamento, dove le attività si svolgono all’aperto, in pieno sole, spesso con un’intensità fisica elevata.

  • Edilizia e cantieristica, in particolare per chi lavora sui tetti, nei ponteggi o nella posa dell’asfalto.

  • Manutenzione stradale e ferroviaria, dove la combinazione tra calore naturale e calore radiante dei materiali (come il bitume) può essere estrema.

  • Industria pesante, come fonderie, cementifici, cartiere e impianti metallurgici, dove le fonti di calore sono interne e continue.

  • Cucine industriali e ristorazione, dove i lavoratori sono esposti a fornelli, forni e macchinari che generano calore in spazi ristretti.

  • Operatori ecologici e raccolta rifiuti, per l’esposizione prolungata all’esterno e la necessità di utilizzare abbigliamento protettivo.

Questi lavoratori devono essere tutelati con particolare attenzione, considerando anche la presenza di fattori individuali che possono aumentare la suscettibilità al rischio: età avanzata, malattie croniche, sovrappeso, uso di farmaci che alterano la termoregolazione.


Tecnologie a supporto della prevenzione

L’evoluzione tecnologica può offrire strumenti preziosi per prevenire e gestire il rischio da stress termico. Tra le soluzioni più innovative troviamo:

  • Sensori indossabili: dispositivi integrati nei DPI o negli abiti da lavoro che monitorano temperatura corporea, frequenza cardiaca e livello di sudorazione. In caso di superamento di soglie critiche, generano allarmi per il lavoratore e per il supervisore.

  • App per smartphone: applicazioni che avvertono in tempo reale dell’arrivo di ondate di calore, suggeriscono orari consigliati per le pause e offrono check-list personalizzate.

  • Sistemi di monitoraggio ambientale: stazioni meteorologiche portatili o fisse installate nei cantieri che forniscono dati su temperatura, umidità, radiazione solare e vento. Queste informazioni possono essere integrate nei piani di lavoro per modificare la turnazione.

  • Pianificazione intelligente: software gestionali che, integrati con i dati climatici locali, permettono di programmare le attività lavorative in funzione del rischio termico previsto.

L’adozione di queste tecnologie rappresenta non solo un’azione di tutela, ma anche un’opportunità per modernizzare la gestione della sicurezza e dimostrare attenzione concreta alla salute dei lavoratori.


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